Ci vuole rispetto, sempre e comunque

Non so a quanti di voi sia successo, nella propria carierra lavorativa, di ritrovarvi a fare i conti con uno di quei capi che non perde occasione di urlarvi in faccia per ogni minima cosa.

A me è successo durante la mia primissima esperienza di lavoro, quando ancora studiavo all’Università. Mi ritrovai, quasi per caso, a lavorare part time in una libreria, una di quelle di una volta: scaffali di legno, volumi grossi e per lo più antichi, tanta tanta polvere a tenermi compagnia.

In negozio facevo di tutto, pulivo il bagno (non sto scherzando, lo pulivo sul serio), sistemavo e catalogavo i libri, ordinavo quelli mancanti, servivo i clienti e ovviamente sistemavo la vetrina, che per il mio capo era (ovviamente) la cosa più importante, il suo “biglietto da visita”.

Per farla breve, la prima volta che mi affidò il rifacimento della vetrina lavoravo per lui da più o meno 48 ore; in pratica non sapevo nulla. Mi mise in mano il catalogo dei libri e mi disse: “io torno alle 12, intanto tu sistema la vetrina”. E andò via.

Quello che feci fu, in buona sostanza, sostituire i libri in vetrina e metterne altri, senza (ovviamente) alcuna cognizione di causa di quali fossero nuovi e quali ormai datati (anche dopo 6 mesi che lavoravo lì, a me sembravano più o meno tutti uguali: copertine antiquate, pieni di disegni inquentanti e tanta polvere, anche appena tolti dalla scatola).

Il risultato? Al suo ritorno entrò come una furia: “che cosa hai combinato? Ti sembra una vetrina? Dove ce l’hai la testa? Questo, questo (e afferò un libro brandendolo come se fosse un’arma), questo è vecchio, mi capisci? V E C C H I O! Che figura ci faccio io? Questa vetrina è il MIO biglietto da visita!”

E come una furia iniziò a tirare fuori, lanciandoli in giro tra nuvole di polvere, i libri dalla vetrina, continuando a bofonchiare e scuotendo la testa.

Cosa ho fatto io? Sono rimasta in piedi per un po’, a fissarlo incredula. Avevo un magone che non vi dico. Ed ero infuriata, dio se ero infuriata. Ho raccattato le mie cose e me ne sono andata di gran carriera, pensando “io da quel pazzo con ci torno nemmeno sotto tortura”.

Dopo nemmeno 10 passi, mi suona il cellulare. Era lui. “Dove sei andata? Mi sono girato ed eri scomparsa. Mi dispiace se mi sono arrabbiato. Ma la vetrina, la vetrina è importante, è il mio biglietto da visita…” ecc ecc ecc. l’antifona l’avete capita.

Ho lavorato per lui credo 6 mesi circa. E di sfuriate del genere ne ha fatte parecchie. In libreria c’era spesso un’aria che si tagliava con il coltello. Non ci si lavora bene in un clima del genere.

Non so perché ci rimasi tanto, non avevo realmente bisogno di lavorare, e di sicuro non ero costretta a rimanere lì. La verità è che mi ero intestardita. Avevo scoperto che nessuna prima di me aveva restito più di qualche settimana, e io volevo essere la migliore, volevo essere “quella che ce l’aveva fatta”.

Adesso che lavoro in tutt’altro clima, dove nessuno si è mai nemmeno sognato di urlarmi addosso in quella maniera, ho capito che nessun lavoro al mondo merita una simile tortura e che nessun capo dovrebbe mai permettersi di trattare così una sua dipendente.

Ho capito che la cosa più importante, nel mondo del lavoro, è il rispetto. E se non ve lo danno, prendetevelo, rivendicatelo. Nessuno può trattarvi come se non valeste nulla. Nessuno.

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