Avvisatemi se mi vedete fare le ragnatele alla scrivania

Ieri pensavo alle persone che, negli ultimi cinque anni, sono passate dal nostro ufficio: alle stagiste, ai grafici, ai collaboratori, alle colleghe e ai colleghi che sono arrivati e se ne sono andati. Pensavo a tutto quello che hanno lasciato tra le quattro mura che io chiamo “ufficio”.

Pensavo a tutto quello che queste persone mi hanno insegnato. Pensavo all’ironia sferzante di Ruth, al suo rapporto non certo semplice con il cibo, al latte-biscotti che diceva di preparare al marito quando tornava a casa, alla preoccupazione che le faceva tenere sempre il cellulare tra le mani durante le fiere, perché i suoi figli si ammalavano sempre durante le fiere! E al momento della poesia, alle risate fino alle lacrime per telefono, quando qualcuno sbagliava il suo impronunciabile cognome, all’imbarazzo quando qualcuno le dimostrava affetto.

E pensavo ad Anna, al suo sorriso immenso che si apriva anche nei giorni più tristi, al sostegno che mi ha dato quando solo lei sapeva cosa provavo, perché il coraggio di parlare con altri non ce l’avevo. Ai giri infiniti attorno al palazzo, durante la pausa per il pranzo, a parlare di tutto, a ridere, a piangere, a inveire, ad arrabbiarsi contro il destino che non le permetteva di essere madre, a sperare, sospirare, aspettare, impazienti, che le cose cambiassero e a chiedersi quanto ci sarebbe alfine voluto perché cambiassero veramente.

E pensavo ad Andrea, alla sua voglia di cambiare, alla sensazione che fosse molto più simile a me di quanto lui abbia mai sospettato, a tutte le volte che avrei voluto salvarlo da se stesso e imporgli la stessa strada che io ho intrapreso e che mi ha portato ad essere quella che ora sono. A tutte le volte che avrei voluto prenderlo per le spalle e scuoterlo forte, urlandogli che la vita non aspetta nessuno, che la vita va avanti e che a stare fermi significa solo perdersi tutto.

E pensavo a Sara. A Sara testarda, Sara arrabbiata, Sara e le sue rispostacce che ti gelavano sul posto, Sara con gli occhi tristi a pensare a quanto poco si sentisse apprezzata e compresa. Vorrei che capisse che le devo tantissimo, che mi ha insegnato tantissimo, che chiunque io sia diventata e diventerò lo devo anche a lei, e non solo dal punto di vista professionale. Vorrei che capisse quanto mi manca non lavorare più con lei e a quanto le invidio il coraggio con cui ha cambiato strada, senza voltarsi indietro.

Non posso non pensare a Novecento di Alessandro Baricco. Nato e cresciuto su una nave, tutta l’esistenza a fare avanti e indietro dall’America, tra poveri emigranti ammassatti nelle stive e i ricchi del ponte più alto, entrambi in cerca di fortuna, anche se in maniera diversa.

Mi sento un po’ come lui. Chiusa in una nave, a conoscere il mondo solo grazie alle persone che oggi salgono, domani scendono, duemila persone, quelle che posso starci tra una poppa e una prua. E sempre più spesso mi sento come lui, ferma sulla scaletta della nave, ad osservare l’immensità dell’infinito attorno a me:

“Cristo, ma le vedevi le strade, ce n’era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una, a sceliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire”.

Mi vengono sempre più spesso in mente le parole del padre di una mia collega: “Un giorno alzerai la testa dal computer e saranno passati 20 anni e non te ne sarai accorta”.

Va là, fatemi un piacere, se vedete che inizio a mummificare e a fare le ragnatele alla scrivania, non fate finta di nulla, avvertitemi…

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3 pensieri riguardo “Avvisatemi se mi vedete fare le ragnatele alla scrivania

  1. Ieri sera ho letto subito il tuo post , ti posso assicurare che se uno vuole ,si accorge subito del tempo che passa….e non rimane intrappolato ” tra le ragnatele” !Guarda tuo Padre ti voglio bene la tua fan

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