Il miracolo di essere vita

Negli ultimi tempi mi sono spesso soffermata a pensare al miracolo (non mi sento di definirlo in altro modo, pur non credendo nei miracoli, almeno non nella loro accezione religiosa) che fa sì che una donna diventi madre.

Forse perché ho due amiche che aspettano un bambino, forse perché ho l’età che ho e la maternità non mi sembra più un concetto estraneo, così lontano nel tempo da non essere nemmeno concepibile.

Chi mi conosce lo sa, non ho mai avuto uno spiccato senso materno. Non sono quella che si precipita a prendere in braccio i bambini appena nati o che fa moine. Diciamo che li preferisco quando iniziano a parlare e a muoversi autonomamente, quando ti guardano con quegli occhi sbarrati perché gli hai tolto elefanti dalle orecchie e credono a tutto quello che racconti loro, per quanto assurdo possa essere.

Però, però resto sempre stupefatta a pensare che dentro quella pancia perfettamente tesa e rotonda ci sia nientemeno che un bambino. Capite? Un bambino. Certo, all’inizio è solo un seme, poi assume le forme e la dimensione di un fagiolo, poi però si forma la testa, il corpo, le mani, la bocca e tutto il resto e la vera verità è che se cresce, se gli si forma il cuore e se quel cuore batte è solo ed esclusivamente merito della donna. Della madre.

Ed è questo il miracolo. Il miracolo non è il bambino, la vita che nasce e che cresce. Il vero miracolo è la donna, il corpo costruito apposta per accogliere, per dare vita, per far crescere quell’essere che – all’inizio – è solo un seme.

Diciamocelo, è qualcosa che ha dell’incredibile. Non mi stupisce che i bambini fissino il ventre della mamma che aspetta il fratellino e chiedano: «Ma è veramente lì dentro?».

Per questo motivo a molte persone, e a me per prima, viene spontaneo toccare il ventre rigonfio delle donne che aspettano, è come se si cercasse la prova empirica che lì dentro c’è veramente una vita che cresce. Come se averlo letto e studiato sui libri di scuola non bastasse, come se fosse troppo incredibile, troppo miracoloso per essere vero.

E poi, che bello questo verbo: “aspettare”. Molto più sonoro, più evocativo, più fluido di “essere gravida” o di “essere incinta”, termini che personalmente mi aggradano poco o niente.

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