Cosa mi ha insegnato la montagna

Ho sempre incontrato grosse difficoltà a scrivere della montagna. Non sono mai riuscita a trovare le parole per descrivere l’emozione che provo quando, dopo una lunga scalata, il fiatone corto e le gambe piegate dalla stanchezza, arrivo al punto più alto e mi fermo a guardare.

Ci si sente padroni dell’universo, pieni di orgoglio come se tutto quello che si staglia davanti allo sguardo l’avessimo costruito noi, in tempi remoti che nessuno ricorda più.

E ci si sente stanchi, stanchi di una stanchezza che non ha tempo, e allo stesso tempo si sente una forza unica, così grande che si potrebbero spostare le montagne a forza di schiena e braccia, con il sudore che scende a rivoli dalla fronte e offusca la vista.

Mi piace la fatica che si accumula nelle gambe, il fiato che si accorcia ad ogni passo in salita, le braccia che scendono pesanti lungo i fianchi e a volte vorresti semplicemente lasciarle alla partenza e riprenderle all’arrivo.

Mi piace che il dolore sparisca man mano che si cammina, come se la fatica e lo sforzo inglobassero ogni singolo dolore e lasciassero solo gambe che si muovono.

Mi piace che, da quell’altezza, sia tutto così piccolo da essere quasi insignificante, e tutti i problemi – le scadenze al lavoro, gli scazzi con il capo e con i colleghi, le discussioni sull’arredamento con il fidanzato, quelle su cosa significa essere donne con le amiche, le piccole e grandi arrabbiature con i genitori – svaniscono.

Mi piace la montagna perché in montagna si può parlare. Intendo si può parlare veramente. Non del tempo o dei programmi visti alla televisione o degli aggiornamenti su facebook o dell’ultima moda in materia di scarpe-borse-borsette.

Si può parlare di se stessi, delle proprie paure, della vita che passa e lascia segni sull’anima quasi più che sulla pelle, dei sensi di colpa per i figli che non crescono mai come ci si aspetta e del senso di vuoto per le persone perdute.

Si parla di tutto, camminando in montagna. Con una sincerità che non si può trovare tra gli ombrelloni di una spiaggia, gomito a gomito con sconosciuti che fanno le parole crociate e aspettano che sia un po’ meno caldo per uscire di nuovo a rosolarsi al sole.

Una sincerità che non si trova in città, spinti a correre da una fretta che dimentichiamo non essere una fretta innata, ma imparata vivendo. Una corsa che ci porta ad avere il fiatone mentre lavoriamo seduti a una scrivania, a tenere un passo marziale anche mentre facciamo un giretto in centro per guardare le vetrine.

Una corsa che non ci abbandona mai, che ci portiamo dentro anche mentre guidiamo, mentre leggiamo, mentre mangiamo, con bocconi così grossi, mal masticati, che ci restano sullo stomaco, mentre facciamo l’amore.

Quello che la montagna mi ha insegnato è che andare piano è il segreto per riuscire ad arrivare fino in cima. Piano, tenendo il passo costante, cadenzato, fermandosi quando se ne sente il bisogno, chiacchierando con chiunque si incontri, raccontandosi di percorsi e di vite vissute, aspettando che sia notte per poter riposare.

Foto da Sxc.hu

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