Sei candeline e un solo lavoro

L’altra mattina, entrata in ufficio, ho realizzato che lavoro nello stesso luogo dalla bellezza di sei anni.

Porca  miseria… sei anni! E la cosa che più mi ha sconvolto è che, personalmente, non mi sembra passato così tanto tempo.

Se chiudo gli occhi mi rivedo ancora, con una niditezza che ha dell’incredibile, arrivare con il treno, percorrere la medesima strada che ho percorso in questi anni, cercare il numero civico e suonare il campanello. Rispose Clara, quel giorno, anche se non avevo idea che si trattasse di Clara, in realtà non sapevo nemmeno che Clara esistesse.

La cosa strana fu – lo racconto sempre, quindi chi conosce già questa storia mi perdoni la ripetizione – ma la cosa strana fu che, arrivata in cima alle scale e aperta la porta, ho sentito un odore del tutto particolare – era carta e polvere e inchiostro da stampa, era fumo e smog dalla strada – e respirando quell’odore ho pensato “Sono arrivata. Questo è il mio posto”.

E in tutti questi anni, a dispetto di tutte le difficoltà e la fatica e i litigi e gli scazzi, continuo a pensare che questo sia il mio posto. E la cosa a volte mi spaventa non poco.

Mi spaventa pensare che rimarrà il mio “posto” per sempre, e che continuerò a fare lo stesso lavoro e la stessa strada e la stessa vita per sempre, fino a quella che sarà la nostra “non-pensione”.

E allo stesso tempo mi spaventa il pensiero che non succederà mai, che un giorno (per un motivo o per un altro) sarò costretta ad andarmene e a cercare “altro”, un altro che non so nemmeno immaginare perché, quando ci si trova immersi in una realtà 5 giorni su 7, 9 ore su 24, è difficile immaginare che si potrebbe fare qualcosa di diverso.

E vengo presa dall’ansia, quella che mi prende quando vorrei avere la certezza assoluta del mio futuro, la stessa che mi prese quando avevo iniziato a lavorare da pochi giorni e già vedevo davanti a me anni interminabili di treni, orari, pause pranzo, tutto uguale, tutto sempre con lo stesso ritmo.

La stessa ansia che mi prese quando andai a vivere da sola e già mi vedevo sola per il resto della mia vita, contornata da gatti, a osservare amiche e amici che si sposavano e avevano la loro vita e io restavo indietro, ad aspettare di avere il coraggio per vivere una buona volta.

La stessa ansia che mi prende ora, ora che sto andando a convivere e ho il terrore di restare intrappolata, il terrore di non farcela, il terrore che andrà tutto male o che andrà tutto così bene da aver paura di perderlo questo “tutto”.

Poi mi fermo. Mi fermo e ricordo a me stessa di respirare. Ricordo a me stessa che le parole “sempre” e “mai” sono solo convenzioni del linguaggio e che, per mia fortuna, nella realtà il cambiamento non significa sempre disastro imminente!

Personalmente trovo consolante che non eista l’assoluto del mai e l’assoluto del sempre. Sono rimasta bloccata per anni di fronte a convinzioni sbagliate come “non ce la farò mai”, “non cambierà mai niente”, “durerà per sempre”, “non ne uscirò mai”, ” non amerò mai un altro come amo lui”…

Poi, poi non lo so di preciso cosa sia cambiato. Forse ho solo smesso di pensare che quello che provo ora io lo debba per forza provare per sempre, che quello che penso ora lo penserò per sempre… e che quello che non so fare o non riesco a vivere ora, forse domani sarà non solo possibile, ma addirittura facile.

Ho cominciato a pensare che non si può sempre controllare tutto… A volte, bisogna solo andare.

Foto da Sxc.hu

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