Voglia di evasione e pensieri d’autunno

Questa mattina ho visto uno messo “peggio” di me. È sceso dal treno continuando a leggere… un occhio al libro, un occhio alla strada, uno al libro, uno alla strada, libro, strada, libro, strada… una vita interrotta da parole non sue.

Per un attimo ho provato un senso di comunione con questo mio simile che non riusciva ad arrendersi e rimaneva aggrappato a tutti i costi nel mondo irreale della pagina stampata.

Mi è venuta voglia di “fare fuga” dal lavoro, sedermi su una panchina e godermi gli ultimi sprazzi di sole di questo ottobre; i raggi caldi sul viso, una panchina nel parchetto dietro la stazione e un buon libro tra le mani.

L’idea ha continuato a infestarmi la mente per tutta la giornata, mi sono sentita trasportare indietro negli anni, quando andavo alle medie e avevo la fortuna di avere un’aula con grandi finestre che davano sul giardino zeppo di alberi.

In autunno l’erba si copriva di foglie di tutti i colori, il vento muoveva i rami quasi spogli, secchi verso il cielo come lunghe dita scheletriche, e mi veniva una tristezza immensa a pensare al suono che le mie scarpe avrebbero fatto su quel tappeto scricchiolante di foglie e al vento che ti si insinua sotto la giacca, dispettoso.

In quei giorni avevo scoperto che bastava ruotare di qualche centimetro la testa verso le grandi finestre per dare l’illusione ai professori che io fossi attenta alla lezione.

Il mio corpo sembrava in classe, diligentemente seduto dietro il banco, le gambe composte, la schiena diritta, ma con la coda dell’occhio guardavo l’autunno che arrivava silenzioso senza che gli altri se ne accorgessero.

Ed è ancora questa la stagione che preferisco, la stagione in cui tutto ricomincia…

Foto da Sxc.hu

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