La stupefacente bellezza dell’essere diversi

Venerdì sera, di ritorno a casa con il treno, salgono due signore. Una si siede accanto a me, parla al cellulare con un forte accento che tradisce le sue origini forse ucraine, forse russe, non sarei in grado di essere più precisa.

Ad ogni modo, gesticola con vigore, trasportata da un’energia che solo un fisico massiccio come il suo è in grado di trasmettere. La osservo con curiosità, ha un piumino senza maniche sopra una semplice tuta, le scarpe da ginnastica, le mani screpolate e piene di calli di chi ha lavorato ogni giorno della sua vita.

L’altra invece si siede di fronte a me, ha la gonna al ginocchio, le calze velate, la scarpa con il tacco alto e l’acconciatura impeccabile, frutto di una messa in piega recente.

Guarda fuori dal finestrino, immersa nei suoi pensieri, e me la immagino giocare a canasta la domenica con le amiche, mentre il marito si diletta sul campo da golf.

Vi potrà sembrare un discorso “classista”, ma mi sono sembrate talmente diverse, talmente “lontane”, che sono rimasta stupita quando, finita la telefonata, si sono messe a chiaccherare amabilmente delle loro famiglie, dei figli, delle discussioni con i rispettivi mariti, come se si conoscessero da sempre.

E mi sono dispiaciuta di me stessa. Mi sono dispiaciuta di questo stupore.

Mi sono ritrovata a pensare che, in Italia, in fondo è un fenomeno nuovo. Fino a dieci/quindici anni fa era raro imbattersi, a scuola, in classi “miste”.

Io ad esempio non ho mai avuto degli stranieri in classe (a parte qualche rara eccezione), persino all’Università ce n’erano pochi, di stranieri, e di solito erano studenti Erasmus, che stavano qui per pochi mesi e poi tornavano a studiare alle loro Università.

Sono cresciuta in un mondo dove gli stranieri erano i lavavetri ai semafori, erano gli zingari nelle roulotte vicino a casa, nomadi che spesso venivano “sgombrati”, erano i questuanti che facevano l’elemosina sotto i portici di Bologna le rare volte in cui andavo in centro.

Forse molto ha influito essere nata e cresciuta in periferia, forse è stata semplicemente la mia generazione, però mi è mancato e mi manca anche oggi la dimensione del confronto con realtà ed etnie diverse dalla mia.

Quando andavo in autubus all’Università, la mattina era pieno di studenti del Liceo – che era il mio stesso Liceo, eppure già così diverso in così poco tempo – ed erano tutti di colore diverso e stavano tutti insieme.  Invidiavo le coppie, lei bianca, lui nero o viceversa, che si baciavano o si tenevano per mano.

E anche se la storia spesso c’ha dato dimostrazioni del contrario, non riesco a non pensare che dall’incontro tra persone di differente estrazione sociale e culturale, di diverso credo religioso ed etnia, possano scaturire solo fonti di arricchimento e crescita.

A mio modestissimo parere, gli immigrati e i loro figli saranno la salvezza di questo paese e mi stupisce che ancora oggi ai figli degli stranieri nati in Italia non vengano concessi “d’ufficio” cittadinanza e pari diritti.

Si parla di “procedure semplificate”, ma siamo ancora nei meandri della burocrazia italiana… Ma scusate, sono nati qui, hanno studiato qui, vivono qui. Cosa dovrebbero essere se non italiani?

Nell’immagine: una delle campagne pubblicitarie di Benetton.

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