La famiglia ti sorprende sempre

Meno di 10 giorni fa, scesa dal treno, sono andata quasi a sbattere contro un ragazzo altissimo, di quelli con la stazza del giocatore di basket.

Mi è rimasto impresso perché, nonostante fossimo al riparo delle pensiline in cemento armato della stazione,  teneva tra le mani un ombrello enorme, di dimensioni veramente spropositate. Forse, vista la sua stazza fuori dal comune, non aveva potuto scegliere altro ombrello se non uno così grande.

Ad ogni modo, nella strada tra il treno e l’ufficio continuavo a pensare a quell’oggetto così grande, così a suo modo improbabile da vedere in città, dove di solito dominano ombrellini da borsetta, mezzo rotti per il vento, la pioggia e la neve; e mentre pensavo a quell’ombrello, mi è venuto in mente mio nonno.

Mi riferisco al papà di mia madre, montanaro di nascita, pescatore (di lago) di vocazione, uno di quegli uomini di una volta che hanno lavorato duro, provveduto alla famiglia e in fondo non hanno mai chiesto nulla per se stessi, forse non si sono mai neppure chiesti se sono stati o meno felici.

Quando facevo le elementari, mia mamma lavorava e spesso mio nonno veniva a prendermi da scuola. Ricordo una volta, in particolare. Eravamo già tutti pronti per uscire da scuola, con le cartelle che ci pensavano sulla schiena e la sciarpa che pizzicava attorno al collo.

Al suono della campanella, la maestra apre le porte e fuori piove, un vero e proprio acquazzone. E mio nonno è là, in piedi, con il suo solito sorriso, una mano nella tasca del gilet da pescatore e un ombrello di dimensioni mastodontiche.

Lo conoscevo bene, quell’ombrello, era quello che usava a pesca, per proteggersi dalla pioggia o dal troppo sole. Però, un conto era in riva al fiume, con il suo scranno e la lunga canna da pesca, ma lì davanti alla mia scuola, ai miei amici, beh, mi sarei voluta sotterrare.

Neanche il tempo di pensare alle vie di fuga più vicine che suona la campanella e tutti i miei amici, uno dopo l’altro, si ammassano attorno a mio nonno, chiedendo asilo sotto quell’ombrello così grande, così unico, così irripetibile.

Non cercavano semplicemente un passaggio fino alla fermata del pullmino, volevano essere parte di quello che ormai era diventato il gioco del momento.

E io. Io avrei dovuto capire già allora che le persone finiscono sempre per sorprenderti e che la vergogna, come la rabbia, la gelosia o l’invidia durano (o dovrebbero durare) solo un battito di ciglia.

Nella foto: mio nonno da giovane a pesca, con una delle canne che lui stesso creava.

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