Giardini segreti e persone di famiglia

Quando ero bambina, mia nonna (la mamma di mia mamma) mi portava spesso con sé a trovare una sua carissima amica, che viveva insieme alla sorella in una grande casa circondata da un giardino che, più che un giardino, era un vero e proprio parco.

Della casa ho pochi ricordi. Sono salita raramente ai piani superiori. Ricordo l’ingresso con la grande vasca dei pesci rossi ai piedi della scala in pietra. Ricordo la cucina, il salone e una terrazza, che dava sul giardino.

Il mio regno, dove potevo muovermi liberamente e (quasi) senza controllo (mia nonna, occhio di lince, sapeva sempre dove mi trovavo!), era il parco della villa.

Ora, dovete sapere che, in quel periodo, non facevo altro che leggere Il giardino segreto. Era diventata una droga. Chiusa l’ultima pagina, non potevo fare a meno di ricominciarlo dalla prima. Credo di averlo letto almeno sei volte di seguito.

Quindi, capirete bene il fascino che ha avuto quel luogo per me. Il parco era immenso, con giardini che contenevano altri giardini, alti filari di pioppi, alberi da frutto (ricordo ancora il sapore dei fichi mangiati direttamente dalla pianta, senza nemmeno togliere la spessa buccia che li contiene) e poi il roseto, che in maggio/giugno era un’esplosione di fiori e profumi e colori.

Era un luogo che recava in sé i segni del passaggio del tempo, impresso nelle crepe della vecchia piscina, ormai abbandonata da anni, la rete del campo da tennis aggrovigliata in un angolo, le sedie in metallo con la pittura bianca che si scrostava, l’odore di “antico” che si respirava tra le mura della vecchia casa, l’edera che si inerpicava senza controllo sui muri fino al terrazzo del primo piano.

Ogni volta scoprivo angoli del giardino che non avevo mai visto e per anni ho avuto l’impressione che quel giardino non avesse confini.

Non ripensavo a questo luogo da tempo tempo, anche perché tutto è stato venduto tanti anni fa ed è rimasto come confinato in un angolo della memoria, o forse dovrei dire del cuore.

Mi è ritornato in mente mentre andavo al lavoro, dopo aver appreso da mia madre che l’amica di mia nonna, che viveva lì insieme alla sorella, sta morendo.

Finita la telefonata, gli occhi mi si sono riempiti di lacrime, quasi ancora prima di sentire il dolore per la perdita imminente di una persona che ha fatto parte delle mia vita da quando sono nata.

Perché la Dada (tutti l’abbiamo sempre chiamata dada, solo dada) è stata parte della nostra famiglia, quasi una terza nonna, con i suoi capelli bianchi perfettamente pettinati, il sorriso dolcissimo e i suoi abbracci pieni d’affetto.

C’era ai pranzi di famiglia in casa da mia nonna. C’era quando è nato mio fratello. C’è sempre stata per i nostri compleanni, con i suoi biglietti d’auguri scritti in rima. C’era perché ha sempre voluto bene a ognuno di noi e noi ne abbiamo sempre voluto a lei.

E ora, è così poca cosa dire che ci mancherà.

Nella foto: uno dei biglietti d’auguri che la Dada scriveva per noi.

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