La normalità di essere poveri

Da quando ho traslocato, ogni mattina e ogni sera vado al lavoro e torno a casa a piedi, camminando per le vie centrali della città, passando davanti a tantissime persone che chiedono la carità… persone che mi stupiscono per la loro “normalità”.

Sono circa 2 km all’andata e 2 km al ritorno. A seconda di quale strada scelgo ci impiego tra i 25 e i 35 minuti, sempre di buon passo perché io, lenta lenta, non ci so proprio andare.

In questo seppur breve spazio di strada incontro tra le 9 e le 11 persone che fanno l’elemonisa, mattina e sera, sempre gli stessi; un giorno ne ho incrociati 13. Per ora record personale.

Si posizionano negli stessi punti, chi seduto per terra, chi sui gradini di un portone, chi semi sdraiato. Quello che mi colpisce è la loro assoluta normalità.

Quando prendevo il treno, in stazione incrociavo sempre un folto numero di barboni, sdraiati tra i loro cenci e la loro puzza.

Quando prendevo l’autobus, alle fermate c’erano sempre le zingare, con le loro gonne sgualcite pieni di fiori e i sandali con i calzettoni di spugna bianchi.

I primi non si accorgevano nemmeno della nostra presenza, sembrano aver rinunciato a tutto, anche a fare l’elemosina.

Le seconde ti venivano addosso, salivano sugli autobus e vedevi la gente stringersi più strette le borse perché, si sa, gli zingari sono un popolo nomade che rifugge casa, lavoro e scuole, e vive di piccoli furti. E quanto ci sia di vero e quanto sia solo leggenda proprio non saprei.

Oggi, tra casa e lavoro, incontro i suonatori di fisarmonica. Il primo è proprio sotto casa, prima c’era un uomo, ora c’è una donna. Entrambi suonano tutto il tempo la stessa melodia, ripetuta all’infinito.

Mi sono spesso chiesta quale sia la loro storia e perché conoscano solo quella musica. Forse gli hanno insegnato solo quella, forse li costringono a suonarla, forse è un messaggio in codice di cui conoscono solo loro il significato.

Poi incontro, più o meno uno dietro l’altro, tre ragazzi del tutto normali, indossano jeans, maglietta e scarpe da tennis; se non fosse che tengono un berretto o un bicchiere di plastica in mano, li scambieresti per ragazzi in attesa di qualcuno, magari una fidanzata in ritardo.

Il primo sta fermo, in piedi, vicino a un bar a poche decine di metri da casa nostra, il berretto in mano. Un altro è vicino al teatro, seduto sui gradini del portone accanto; davanti a lui un bicchiere di plastica e un cartello: “perché fingi di non vedere?”.

L’ultimo è quasi al confine con la stazione, in piedi accanto a una banca; accanto a lui un cane raggomitolato su una specie di grosso cuscino. Giri l’angolo ed ecco il cartello: “siamo soli”.

Gli ultimi incontri, già verso la fine del mio tragitto, sono gli anziani. Una in particolare, che si aggira in zona universitaria, cammina solitaria, come se si fosse persa, ti si avvicina e ti chiede “Scusi”. La prima volta pensavo volesse un’informazione.

Mi sono fermata, le ho detto: “mi dica”. “Non è che avrebbe una moneta?”. La mattina dopo chiedeva una sigaretta. Quella dopo ancora 50 centesimi, sempre con quel suo portamonete sgualcito stretto tra le mani.

Quello che faccio, ogni volta che li vedo, è salutarli. Li guardo, faccio un sorriso e dico “buona giornata”. Mi rendo conto che sembra follia, augurare una buona giornata a una persona che vive in strada, ma non sono in grado di fare altro.

Che cosa dovrei fare? Dare a ognuno di loro una moneta? Perché mica posso dare qualcosa a uno di loro e niente a tutti gli altri.

Ma se mi metto a dare anche solo 10 centesimi a ognuno di loro, mattina e sera, mi ritrovo a fine anno che ho speso… 20 cent x 22 persone (di media!) x 365 giorni… quanto viene?

Va beh, non importa. Il punto che non credo serva a nulla che io rompa il mio salvadanaio per dare 20 cent al giorno a una persona. E questo perché non credo possa aiutarla, almeno non a lungo termine, e allo stesso tempo mi rendo conto di non essere in grado di trovarne altre di soluzioni.

Forse mi lascio troppo coinvolgere. O forse è chi ci governa che si lascia troppo poco coinvolgere.

Voi?

Che cosa ne pensate?

3 pensieri riguardo “La normalità di essere poveri

  1. Se poi pensi, come è successo a me l'altro giorno, che siamo in tanti nel nostro Paese ora a girare per uffici e chiedere lavoro per averli i soldi e non veniamo ascoltati o comunque non è facile trovare un impiego, e quindi poi sorge spontanea la considerazione “e perché dovrei dare dei soldi a uno che non so chi è, che non so cosa ne fa e che non ha fatto niente per guadagnarseli ???” Che fatica. Adrialisa

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  2. Cara Adrialisa, hai ragione sai? Io ho sempre guadagnato poco, anzi pochissimo, e mi sono sempre chiesta: “cosa ci faranno poi con gli spiccioli che diamo loro?” Sono soldi sudati, quelli che mi guadagno, centesimo su centesimo e l'idea che vadano magari sprecati, mi piange il cuore. Ecco perché, delle due, preferisco partecipare alle collette alimentari, oppure donare vecchi vestiti alle parrocchie. Almeno mi dà la sensazione che finiscano in buone mani. Farò bene, farò male, non saprei proprio…

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