Dopo un mese di brutte notizie, è ora di ascoltare Niccolò Fabi

Nel corso dell’ultimo mese, Andrea e io abbiamo ricevuto una serie di brutte notizie, una dietro l’altra. E io sono riuscita a reggere solo grazie all’ascolto delle canzoni di Niccolò Fabi.

Avete presente quando ne arriva una, poi un’altra, poi un’altra e hai l’impressione di aver tolto quell’unico sassolino che teneva insieme tutta la montagna e ora non puoi fare altro che stare lì, in piedi, a guardare la frana.
Ecco. Uguale.
Ho continuato a ripetermi che siamo comunque fortunati, Andrea e io. Stiamo bene, siamo insieme, abbiamo entrambi un lavoro, abbiamo una casa e nessuno ci butta fuori.
Però, porca miseria, a volte il destino sembra accanirsi proprio (sempre che il destino esista sul serio). E il fatto che, in parte, io sia anche responsabile di una parte delle brutte notizie che ci sono piovute addosso, di sicuro non aiuta.
Quindi, dopo un mese di brutte notizie, dopo un mese di sensi di colpa e di magoni, ieri sera mi sono messa ad ascoltare Niccolò Fabi.
Ho messo nello stereo, quello piccolo e rosso che tengo in cucina, il suo primo album, che una volta avevo solo in musicassetta, perché quando è uscito i CD nemmeno c’erano.
Insomma, ho messo nel lettore CD il primo disco di Niccolò Fabi, poi il secondo, il terzo e via fino all’ultimo.
Mi sono riascoltata tutto, nel silenzio della cucina, mentre preparavo gli involtini di carne per la cena. Poi durante la cena, di sottofondo ai discorsi con Andrea, poi dopo la cena, mentre sistemavamo i piatti, preparavamo la tisana (per me) e il caffè (per lui), mentre stendevo l’ennesima lavatrice. E poi ancora, seduta sul divano, il computer sulle ginocchia, a scrivere questo post.
E quando sono arrivata in fondo ero, ero in pace, come se avessi trovato tutte le risposte ai miei problemi, anche se per alcuni una risposta non posso trovarla.
Ogni volta è così. Nelle canzoni di Niccolò Fabi trovo sempre il senso profondo di quello che sto vivendo, e ogni volta è un senso nuovo, diverso dalle volte precedenti.
Quindi oggi, anche se è altamente improbabile che leggerà mai questo mio post, oggi voglio comunque ringraziarlo, perché le sue parole mi sono rimaste accanto sempre.
Mi sono state accanto quando mio fratello era solo un bambino e mi faceva incavolare da morire e l’avrei strangolato, e allora mi chiudevo in camera ascoltando Senza rabbia.
Erano con me nel 1995, durante l’estate del mio primo amore (non corrisposto, ovviamente), mentre spiavo quel ragazzo dai capelli ricci passare nel parco dietro casa e sognavo ad occhi aperti che un giorno si sarebbe accorto di me.
Erano con me nel 1998, quando mi sono resa conto che la canzone Zerosei mi faceva pensare solo a uno, uno solo, che era mio amico e sempre sarebbe rimasto amico (e “per fortuna” lo dico ora, ma con il senno di poi).
Erano con me quando sono andata a vivere da sola e mi sentivo sola e spaurita ed eccitata e piena di aspettative e l’unica cosa che riuscivo a fare era cantarmi nella testa che “avere una casa, trovarmi un mestiere, non era la priorità, ma adesso ho una chiave nella mia tasca e questo mi basta”.
Erano con me anche nel 2009, quando ho conosciuto Andrea e avevo paura, e sarei scappata, e non sapevo come affrontare qualcosa che era più grande di me e che non avevo mai vissuto, e non avevo ancora capito che “costruire è sapere rinunciare alla perfezione”.
E insieme a me e ad Andrea, in questa casa, tra “i nostri libri mescolati insieme che intrecciano e fondono le nostre storie”, ci sono anche loro, e lui e la sua La Promessa.
Quindi, grazie Nic, grazie delle parole che mi e ci hai regalato.
Alice

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