Un ritmo lavorativo più umano

Questa settimana la mia cara vecchia sveglia è suonata alle 8 – quindi un’ora dopo il mio solito orario…

Mi sono alzata, ho fatto colazione con tutta la calma del mondo, mi sono preparata il pranzo al sacco, ho scritto sul mio blog, fatto un paio di telefonate che, per mancanza di tempo, rimandavo da mesi e sono uscita alle 11:30 per andare al lavoro.

Mi sono sentita già diversa, già un’altra. Soprattutto, mi sono sentita di buon umore.

Non so voi, ma io corro da sempre. Dacché io ricordi, mi sono svegliata alle 7 (se non prima) ogni santa mattina e ho sempre messo l’impegno e lo studio davanti a tutto il resto, nella fretta di finire in tempo, così da pesare il meno possibile sui miei genitori (ovviamente, da un punto di vista economico).

Solo per farvi capire: mi sono laureata alla triennale che già seguivo i corsi della specialistica e mi sono laureata alla specialistica che lavoravo già da sei mesi. Sei mesi d’inferno, detto tra parentesi, in cui lavoravo a tempo pieno e scrivevo la tesi nei fine settimana. Ho perso 2 diottrie di vista (e non è una metafora).

Non mi sto lamentando, è stata una mia scelta e sono perfettamente cosciente di rientrare nel novero delle persone fortunate; vi sto solo facendo il quadro della mia situazione fino a questo momento.

Perché?

Perché ho cambiato lavoro. E il cambiamento più grande, che ho appena iniziato a vivere, è che sono passata dalle 8 alle 5 ore giornaliere. E vi assicuro è un’altra vita.

Nessuno riuscirà a togliermi dalla testa che il lavoro, concepito come è concepito – 5 giorni su 7 murati dentro un ufficio, a testa china per 8 ore (anzi, 9, visto che c’è anche la pausa pranzo), che d’inverno esci di casa che appena sorto il sole e la sera torni a casa che è già buio – sia pura e semplice follia.

Anche perché i modi di concepire il lavoro in maniera diversa esistono. Senza stare a disturbare i professionisti a partita IVA, una mia ex collega, assunta a tempo indeterminato, lavora 3 giorni in azienda e gli altri da casa (e vi assicuro non guadagna poco).

Certo, mi direte, si tratta di “casi isolati”, ma perché devono rimanere tali? La pura verità è che i lavoratori sono diventati, per gli imprenditori, una voce di costo, tra l’altro anche molto elevata.

Ed è vero. Guardate la vostra busta paga. Vi sembra giusto che ci sia una differenza così grande tra lo stipendio lordo e quello netto? Vi sembra giusto che, oggi, se un titolare vuole assumere della forza lavoro non abbia alternative tra tempo determinato/indeterminato (costoso), stage/tirocinio (che in confronto sembra regalato) e partita IVA (una bazza per l’azienda, un po’ meno per il lavoratore, visto che il 51% – ripeto il 51% – finisce in tasse)?

Poi ci si stupisce che le aziende investano poco nelle risorse umane e che ci sia un proliferare di stage non pagati e di false partita IVA!

Ma andiamo! Siate sinceri! Se foste un imprenditore, assumereste mai part-time un lavoratore? La verità è che – a conti fatti – vi risulterebbe economicamente molto più conveniente assumere una persona a tempo pieno, 8 ore, 5 giorni su 7, da sfruttare al massimo possibile, e poi cambiare stagisti ogni 6 mesi, che “tanto quelli non costano nulla”.

Il risultato è che arriviamo a casa, la sera, stanchi da sembrare zombi, con l’energia giusta giusta per accedere la TV e collassare sul divano. E in tutto questo debbiamo pure sentirci grati perché abbiamo un lavoro.

Ed è proprio così che ci vogliono: grati di avere un lavoro, stanchi da non avere la forza di reagire, assuefatti dalla convinzione che “tanto fuori non c’è niente di meglio” e – soprattutto – con la coscienza sedata dalla forza attrattiva del “video”, sia esso lo schermo del televisore o dello SmartPhone.

Sto esagerando? No, non credo, e porto me stessa come esempio. Sapete cosa mi spaventa di più del nuovo orario di lavoro? Non è il fatto di avere più tempo libero, so benissimo cosa fare per “riempirlo”, ma ho paura di rallentare, di perdere il ritmo. Capite?

La conclusione? 

Dovremmo tutti quanti accettare che l’essere umano non è una macchina e che non può continuare a produrre, produrre, produrre allo stesso ritmo per tutta la vita – soprattutto considerato che, adesso come adesso, andremo in pensione a 67 anni!

67 anni… ma voglio dire… siamo matti? A quell’età mia nonna era già nonna!

E voi?

Ah… qui vi voglio… sono proprio curiosa di sentire i vostri pareri. Fuoco alle polveri! 😉

3 pensieri riguardo “Un ritmo lavorativo più umano

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