La difficile arte di donare agli altri

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La scorsa settimana, leggendo il post di Monica Vitali, Il marketing dei senzatetto, mi sono resa conto che, al contrario di quello che Monica scrive nel suo post, io ho scelto di non elargire elemosine. Perché?

Ora, vi potrà sembrare un discorso senza senso, ma non so mai a chi fare l’elemosina. Solo nel tragitto tra casa e lavoro, vedo così tanti questuanti, che non saprei veramente a chi dare del denaro.

Come potrei sceglierne uno? A caso? Scelgo quello che mi sta più simpatico? Quello che insiste di più o che non chiede nulla? Quello con il cartello più originale o con la storia più elaborata? Quello che sembra messo peggio di tutti… e poi magari è l’unico che finge.

E tutti gli altri? Se ne scelgo uno o due o tre; tutti gli altri che incontro? Loro sono meno importanti? Valgono meno?

Ora, dal dubbio morale finisco per fare una scelta economica: visto che non posso materialmente salvarli tutti, sfamarli tutti, dare qualcosa a tutti quelli che incontro, ho finito per scegliere di non dare mai niente.

<<Dello stesso argomento, ho parlato anche in “La normalità dell’essere poveri”<<

Tutto questo discorso per dirvi che, leggendo il post di Monica, ho ripensato all’unica volta in cui ho fatto l’elemosina, alle motivazioni che mi hanno spinta a farlo e al motivo per cui ho scelto proprio quella persona e non un’altra.

Dovete sapere che io non raccolgo mai le monete che trovo per terra o nelle macchinete automatiche; chiamatela scaramanzia, ma le lascio sempre dove le trovo (sì, sì, lo so, è un’altra delle mie mAnie!).

Quando mio nonno fu ricoverato in ospedale, andai alla macchinetta a prendere un thé e, raccogliendo il resto, mi accorsi che era c’erano 2 euro di troppo.

Senza pensarci, ho messo la moneta in tasca – normalmente l’avrei rimessa al suo posto – e ho fatto un voto (altra cosa per me mOlto strana): “Quando mio nonno sarà dichiarato fuori pericolo, regalerò questa moneta da 2 euro a qualcuno che ne ha bisogno”.

E così è stato. L’ho tenuta da parte, divisa dal resto delle monete, fino a quando mio nonno non è stato considerato fuori pericolo.

Era un feticcio, me ne rendo conto, ma in quel momento avevo bisogno di qualcosa cui aggrapparmi.

Scegliere a chi donare quei due euro non è stato facile, sia per come sono fatta, sia per il valore simbolico che io stessa gli avevo attribuito.

Per tutto il tempo in cui mio nonno è stato malato, ogni volta che vedevo qualcuno chiedere l’elemonisa, cercavo di capire se poteva essere la persona alla quale donare quei 2 (miseri) euro.

Poi, una mattina, mentre mi recavo al lavoro (il mio vecchio lavoro, ovviamente), sono passata da via Augusto Righi e lì, come sempre, c’era il suonatore di fisarmonica.

Ogni volta che passo davanti a lui, mi regala un sorriso e un “buona giornata”, ma quel giorno in particolare era impegnato e non mi ha vista.

Stava insegnando a un ragazzo – avrà avuto poco più di 20 anni – come suonare la fisarmonica; gli aveva ceduto il suo seggiolino, la sua fisarmonica e gli stava posizionando le mani sui tasti perché riuscisse a emettere un accordo.

Mi è venuto da pensare che non gli stava insegnando solo a suonare uno strumento, ma in fondo gli stava trasmettendo un modo per… guadagnarsi da vivere, capite?

In quel momento ho realizzato che, quei 2 euro, li avrei dati a lui, al suonatore di fisarmonica che ogni volta mi regalava il suo sorriso e che, quel giorno, stava insegnando il mestiere, il suo mestiere, a un altro essere umano.

La conclusione… 

In tutta questa storia, non so se io faccia bene o male a non fare mai l’elemosina agli altri e nemmeno so se sia giusto o sbagliato aver donato quella moneta solo perché l’universo mi aveva accontentato.

L’unica cosa che so è che ci vuole una buona dosa di dignità e di disperazione per stare agli angoli delle strade a chiedere la carità e che ogni volta mi sento profondamente in imbarazzo per tutto quello che possiedo, tanto da dovermi sforzare, ogni volta, a guardarli negli occhi e a dar loro il buongiorno.

E voi? 

Aspetto il vostro parere e le vostre storie

Un pensiero riguardo “La difficile arte di donare agli altri

  1. Le tue sono riflessioni che condivido in pieno. Da sempre mi faccio le tue stesse domande e non trovo mai risposte convincenti. Mi stupisco della tua capacità di autoanalisi e di quanto sei brava a esprimere pensieri anche intimi. Diversamente da me sei capace di svelarti. Come me non sai le risposte ma almeno ti/ci fai le domande giuste.

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