Il giorno in cui ho perso l’orecchino

Circa un mese fa, seduta sul divano, mi sono resa conto di aver perso l’orecchino. Era l’unico orecchino che io abbia mai portato e ce l’avevo da così tanto tempo che, nell’accorgermi che non c’era più, mi sono sentita come se avessi perso una parte di me

Era il 1997 ed ero in centro a Bologna con una mia amica; con ogni probabilità, fu anche una delle prime volte che andavo in centro città con un’amica.

Stavamo facendo le “vasche” in via Indipendenza: camminavamo avanti e indietro, sotto il portico, guardando le vetrine senza entrare nei negozi, perché di soldi per comprare ne avevamo pochi, quindi ci accontentavamo di commentare e desiderare.

A un certo punto, passando davanti a una gioielleria – era Strioli Oro, non so se esista ancora – mi sono come bloccata. C’era un cartello, sulla vetrina, che sponsorizzava i buchi alle orecchie e io ho detto: “Entriamo, voglio farmi i buchi”.

Avevo quindici anni e non avevo mai avuto i buchi alle orecchie. Mia madre non aveva voluto farmi forare le orecchie per la stessa ragione per cui non avevano voluto farmi battezzare: “Quando i nostri figli saranno grandi, decideranno che cosa fare”, dicevano sempre i miei genitori. 

Uscii dal negozio venti minuti dopo con un brillantino all’orecchio, uno solo, in alto a destra. Non avevo voluto forare i lobi, ma il padiglione, esattamente come il ragazzo che mi piaceva allora e che portava un’anella nello stesso punto.

Fu un modo per dire “sono grande”. Fu un modo per “avere qualcosa in comune con lui”, anche se non credo che il “lui” in questione se ne sia poi accorto.

Nel 1999, per il mio compleanno, i miei genitori mi regalarono un’anella d’oro bianco da mettere al posto del brillantino: solo che nessuno della mia famiglia era riuscito a chiuderla completamente perché la sicura era talmente dura e rigida da resistere a qualsiasi tentativo.

L’unico che ci riuscì fu il mio compagno di banco di allora. Non so perché finimmo per parlare del mio orecchino, ricordo però che eravamo in centro a Casalecchio, di fronte al negozio di casalinghi (Ventura), quando lui si fermò e disse: “Non ha senso, te ne vai in giro con l’orecchino aperto, rischi solo di perderlo“.

Così si mise di fianco a me, armeggiando attorno al mio orecchio; era così vicino che riuscivo a sentire il suo odore, il calore del suo corpo e sentii come una vertigine, come se il mondo stesse girando più veloce del normale, e fu quello l’esatto momento in cui capii che ero innamorata di lui.

Quell’orecchino è rimasto con me da allora. Non l’ho più tolto. Ogni tanto ci finiva impigliato il pettine del parrucchiere, ogni tanto mi dava fastidio contro il cuscino, di notte, ma l’ho tenuto con me, anno dopo anno, esperienza dopo esperienza.

Quando mi sono accorta di averlo perso, il buco si era già richiuso, quindi chissà da quanto tempo non era più al suo posto, eppure mi è dispiaciuto quasi avessi dovuto dire addio a un vecchio amico.

Forse potete capirmi, forse anche a voi sarà capitato di perdere oggetti ai quali eravate affezionati. O forse no…

2 pensieri riguardo “Il giorno in cui ho perso l’orecchino

  1. Pensa Alice, oggi pensavo di aver perso una collana che mi avevano regalato i miei colleghi per i 60 anni. L’ ho poi ritrovata ma ho anche realizzato che, se non fosse successo, non sarebbe stato un dramma.E non perché non mi piacesse o perché non tenevo ad un ricordo legato alla mia precedente vita lavorativa, semplicemente mi sono accorta che, sarà l’età, sarà il percorso che sto facendo da anni, non mi sento più attaccata alle cose! L’ emozione che ti diede quel contatto con il tuo compagno di scuola, il ricordo del pomeriggio in via Indipendenza, quelle cose lì non te le porterà via niente e nessuno, anche senza l’ oggetto legato a quelle sensazioni! Ma certo, ci si arriva un po’ più in là. Un abbraccio cara
    amica

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    1. Cara Linda, che piacere trovarti “qui”. 🙂
      In linea generale condivido il tuo pensiero e non sono una persona che si affeziona facilmente agli oggetti, però ci sono alcune cose – poche e selezionate – alle quali sono rimasta legata, come quell’orecchino o l’anello che ho comprato a Riccione: ero una ragazzina ed è stato il primo oggetto “serio”, da “grande” che mi sono regalata. E forse, da qualche parte, ho ancora la maglietta dei Take That che indossavo la prima volta che ho parlato con il primo ragazzo di cui mi sono innamorata. Sono poche cose, ma hanno un senso, un significato profondo e ci tengo a portarle con me, quasi fossero dei souvenir del… viaggio della vita? Che dici, non suona male. 😉

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