Ricordi di un nonno che non c’è più

Scrivendo il post I motivi per cui ho iniziato a scrivere, per una nemmeno troppo strana associazione di idee, mi è tornato in mente mio nonno paterno, che è morto nel 1993.

Da bambina andavo raramente a casa dei miei nonni paterni, perché abitavano lontano e non era certo comodo, per i miei genitori, accompagnarmi da loro e venire a riprendermi.

Mio nonno lavorava, quindi trascorrevo la maggior parte del tempo con mia nonna, che mi portava alle botteghe vicino a casa, a comprare l’Estathé e la Burella, una crescentina tonda con i grani di sale in superficie che probabilmente ancora oggi avrebbe il sapore delle cose proibite, visto che non avrei potuto mangiarla “fuori pasto”. 

Al ritorno dalle botteghe, ci fermavamo nel giardino sotto casa, dove c’era un salice piangente di dimensioni notevoli. Ci mettevamo a sedere su una panchina, proprio sotto ai rami cadenti del salice che si muovevano, lenti al vento, e ogni volta stavo in ascolto per sentire se veramente piangeva.

Ogni volta che, oggi, torno a trovare mia nonna in quella stessa casa, mi stupisco di ritrovare intatti gli stessi odori, soprattutto quello dentro all’armadio a muro nell’ingresso, dove giocavamo “all’ascensore”. 

Ci entravo dentro, mio nonno restava fuori e mi chiedeva: «A che piano vuole andare signorina?»

Io inventavo un numero qualsiasi, e lui faceva tutta una serie di suoni inventati che avrebbero dovuto essere quelli di un vero ascensore. E io ridevo come una matta. 

Verso sera, poi, quando mio nonno tornava dal lavoro e inseriva la chiave nella toppa, quell’armadio diventava il mio nascondiglio.

Mi chiudevo dentro, in una penombra rischiarata appena dalla luce che penetrava da sotto l’anta dell’armadio, con il cuore che batteva forte mentre mio nonno entrava in casa e fingeva di cercarmi, percorrendo tutte le stanze.

Alla fine, lo sentivo chiedere a mia nonna dove fossi, e mia nonna rispondeva che ero già tornata a casa.

«A beh – commentava – vorrà dire che la vedrò la prossima volta, metto via il cappotto nell’armadio e magari ceniamo, che dici?».

Ed era quello il momento più bello, il momento in cui finalmente apriva l’armadio e io uscivo urlando, gettandomi ad abbracciare le sue gambe. Si chinava alla mia altezza, mi stringeva e diceva:

«Che bello che sei ancora qui, bambina mia». 

3 pensieri riguardo “Ricordi di un nonno che non c’è più

  1. Mi son commosso… sarà l’allergia primaverile ai pollini, o il riflesso in un occhio lanciato dalla bella immagine alla fine del post? (un nonno che non c’è più che diceva – e dice ancora – alla sua nipotina, “che bello che sei ancora qui”…). Come direbbero i francesi a teatro: Bravò!

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    1. Grazie del commento. Sono commossa di averti commosso. 🙂
      E sì, hai ragione: grazie a quello che ricordo (e scrivo) di mio nonno, lui è ancora qui, felice di sapere che non l’ho abbandonato e che gli resto vicina sia pur in questa “immensa distanza che ci divide”…

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  2. Noi siamo fatti di geni, trasmessi biologicamente dai nostri antenati, geni che ci portano emozioni, ci condizionano anche inconsapevolmente nelle nostre scelte. Ogni tanto emergono ricordi o rimpianti che ci collegano con quel mondo di emozioni che abbiamo ricevuto coi geni. Forse è il punto di contatto con il mondo dell’aldila’ o una sorta di varco tra il presente e il passato. È importante la loro percezione e comunicazione, ci fa sentire unici e irripetibili.

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