Una notte passata a scrivere

Di recente ho trascorso quasi otto mesi senza scrivere nulla. Mi ero auto-imposta di non scrivere perché ogni volta iniziavo una storia, ci stavo immersa per qualche mese poi, non sapendo bene come andare avanti, mollavo. 

E ogni volta che mollavo mi sentivo una fallita. Nella testa sentivo una voce: “Ecco, hai sprecato mesi del tuo tempo per scrivere l’ennesima storia che non finirai”. Oppure: “Sei sempre la solita! Cosa scrivi a fare se tanto non finisci quello che inizi?”

Così, un giorno, mi sono guardata allo specchio e mi sono detta: “Ora basta, non scrivo più”. E veramente non ho scritto più: niente inizi, niente continui, niente poesie, niente post sul blog.

Ho scritto solo articoli, perché quelli sono lavoro e non posso smettere di farlo.

Poi, dopo circa otto mesi di “silenzio stampa” (durante il quale sono stata implacabilmente insopportabile: nervosa, irritabile, annoiata, musona… peggio che in sindrome pre-mestruale!), una notte mi sono svegliata alle 3:42 con quella sensazione di gonfiore e di “troppo pieno” che conosco fin troppo bene e che, per me, significa l’arrivo di un attacco di ansia.

Mi sentivo le mani gonfie, la bocca gonfia (le labbra, la lingua, persino i denti) e quando mi sento così vuol dire solo una cosa: c’è qualcosa che non sto affrontando. C’è qualcosa che non sto vivendo. C’è qualcosa che preme per uscire.

Di solito mi alzo, mi metto a camminare per casa, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro, quasi a formare un solco invisibile sotto i miei piedi, e mi metto a pensare: penso al lavoro, penso agli amici, penso alla famiglia… penso e resto in ascolto.

Quando sento che il “senso di gonfiore” peggiora, allora vuole dire che ho trovato il centro del problema e, per poter tornare a letto e dormire, devo trovare una qualche possibile soluzione che riesca a placare la mia ansia, altrimenti non c’è verso, continuo a sentirmi come se stessi per… soffocare dall’interno.

L’altra notte, però, è stato diverso. Non ho avuto aiuto bisogno della mia “passeggiata notturna per casa” perché ho capito subito che cosa dovevo fare per sentirmi meglio.

Mi sono vestita, sono arrivata in cucina, il computer era lì e sapevo, sapevo che dovevo scrivere, che dovevo uscire dall’astinenza che mi ero auto-imposta.

Mi sono seduta ed è stato un fiume in piena. Ho scritto fino alle 6:35 del mattino senza interruzione (per fortuna era la notte tra venerdì e sabato), con una tazza di camomilla accanto e gli occhi spesso pieni di lacrime, tanto che a volte faticavo a vedere le lettere che componevo sullo schermo.

Dopo oltre due ore di scrittura non stop, mi sono fermata e ho capito. Ho capito che scrivere non è il frutto di una scelta: scrivere fa parte di quello che sono, mi rende quella che sono.

Anche quando non ha uno scopo concreto (come la pubblicazione di un romanzo), non è comunque una “perdita di tempo” perché scrivere mi piace, mi fa sentire viva, mi fa sentire vera. E questo nessuno potrà togliermelo, nemmeno io. 😉

Foto di Pexels da Pixabay

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