Di bambini e di anziani alla stazione del treno

Nella piccola stazione di periferia dove prendo il treno, in estate c’è sempre qualche mamma o qualche nonna con bambino e qualche anziano con la badante.

Soprattutto in tarda mattinata e verso sera, la stazione è quasi completamente all’ombra, con l’aria che spira dalle campagne attorno; la strada è lontana e il rumore delle auto arriva ovattato, appena percepibile.

Oggettivamente, è un buon posto dove trascorrere qualche ora in attesa del pranzo, o della cena.

I bambini, accompagnati dalla mamma o dalla nonna, stanno in stazione ad aspettare il treno. Seduti composti nei loro passeggini, indicano gli uccelli che si posano sui fili della luce, il trattore che passa nei campi sollevando una nuvola di polvere.

Poi arriva il treno. Il bambino – qualunque età abbia – si sporge dal passeggino, inizia a scalciare, indica il treno. La mamma dice: “Saluta il treno, saluta”.

Il bambino saluta, il treno fischia forte, il macchinista dalla sua cabina sorride; tutto accade in pochi minuti, ma negli occhi del bambini resta lo stupore, la meraviglia, l’eccitazione.

Gli anziani stanno seduti composti sulla panchina, prendono il fresco accompagnati dalla badante, che spesso parla al telefono in una lingua incomprensibile che potrebbe essere russo o moldavo o.

Quando arriva il treno, gli anziani osservano i passeggeri salire e scendere; per una manciata di minuti sono immersi in un fiume di gambe e di braccia, poi il treno riparte e torna la quiete, interrotta solo dal vociare della badante.

Ricordo in particolare un gruppetto di tre donne anziane e una badante. Una era in sedia a rotelle, lo sguardo perso in un vuoto che era pieno solo per lei.

La seconda era seduta su una delle panchine, il bastone accanto, e parlava a voce molto alta. Forse era sorda, forse pensava fossero sorde le altre.

La terza stava in piedi ed era vestita come se dovesse andare a un appuntamento elegante, e forse aveva veramente un impegno per pranzo e la stazione era stata solo una tappa intermedia, per far arrivare l’orario.

La donna che urlava e quella elegante parlavano con la badante: le chiedevano informazioni sulla terza signora, quella in carrozzella. Parlavano di lei come se non ci fosse, come se fosse una pianta che doveva essere annaffiata, curata, spruzzata con l’anti-parassitario e concimata affinché potesse continuare a vivere.

Non hanno preso il treno per Bazzano e nemmeno quello diretto a Bologna, sul quale sono salita io, diretta al lavoro. Sono rimaste lì, al fresco, a parlare tra loro, ad ammazzare il tempo, a riempire ognuna il proprio vuoto.

Foto di 4144132 da Pixabay

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