Costruire un ritmo nuovo

«È una vita così futile, tutta rumore e premura, nessuno che stia tranquillo – visite, tè, cocktail, balli, cinema – ogni momento vuoto riempito dal jazz. […] Come volete che io goda di una vita di questo genere? Non c’è nemmeno il tempo per pensare. […] È una vita liscia e lucida sulla superficie, ma sotto, dentro, non c’è niente». 

Queste poche righe sono tratte da Gran Canaria, un romanzo di A. J. Cronin che ho comprato in una bancarella di libri usati diversi mesi fa, e che ho trovato il tempo di leggere solo questa settimana.

Siamo nella parte iniziale della storia ed è la protagonista femminile che parla: sta cercando di spiegare il motivo per cui, pur vivendo nel lusso e negli agi, ogni tanto senta il bisogno di evadere dalla sua vita, e di partire.

Tutto il libro è in realtà un viaggio, e non solo perché è ambientato in parte su una nave, ma perché tutti i personaggi stanno andando incontro a qualcosa: un sogno, una missione, un ricordo, una vita diversa.

È anche un libro sulla lentezza e sulla solitudine, e su quanto sia difficile stare soli con se stessi. Il protagonista maschile, siamo circa a metà romanzo, rimane infatti l’unico passeggero sulla nave e l’autore scrive:

«Lui solo, dei passeggeri, rimaneva a bordo; a bordo di una nave che pareva sepolta sotto lo strano silenzio delle case precipitosamente abbandonate. Solo. Che brutta parola. […] La solitudine lo opprimeva come una maledizione. Si sentì assalire da un irresistibile desiderio di fuga, persuaso di ammattire se non riusciva a evadere da sé». 

Arrivata all’ultima pagina, mi sono resa conto che questi passaggi non mi avrebbero colpito allo stesso modo se avessi letto questo libro mesi fa, dopo averlo comprato, quindi nel mondo prima del Coronavirus.

Mi sono resa conto che non voglio tornare a vivere come primasempre di corsa, sempre con la sensazione che il tempo non sia sufficiente, sempre obnubilata da un rumore di sottofondo che non si ferma mai. 

Allo stesso tempo, però, non voglio neanche restare in questa immobilità perché, alla lunga, so che mi opprimerebbe e mi soffocherebbe.

Forse, e dico forse, si potrebbe costruire un ritmo nuovo: un ritmo che si assesti tra l’accelerato di prima e il fermo-immagine di oggi.

Foto di Enrique Meseguer da Pixabay

3 pensieri riguardo “Costruire un ritmo nuovo

  1. In questi giorni in cui ho più tempo per leggere i blog altrui pensavo al fatto che molti blogger trattano nei loro diari temi simili ma da angolazioni differenti.
    Questo è il penultimo post che ho scritto, dimmi se in qualche modo non richiama quello che hai scritto in questo articolo

    Piace a 1 persona

    1. Hai assolutamente ragione! Abbiamo pensato la stessa cosa, pur partendo da stimoli diversi. Forse la verità è che questo virus ha stravolto le nostre esistenze in modo tale che non possiamo fare a meno di: 1) pensarci, 2) condividere quello che pensiamo. Non abbiamo solo più tempo, ci sentiamo anche isolati… e cresce la necessità di creare contatti umani. Anche tu ti sarai accorto che sono aumentati a vista d’occhio i blog stile “diario”… e, in generale, il numero di post pubblicati, le visite, i commenti…

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