Un’egocentrica della peggiore specie

A fine agosto, Andrea e io siamo stati tre giorni al mare ospiti a casa della sua mamma, che sarebbe poi mia suocera se fossimo sposati.

Per chi si fosse collegato solo ora, la mamma di Andrea ha la fortuna di vivere a pochi passi dal mare, in un piccolo centro delle Marche che, a differenza di altre località marittime, resta vivo tutto l’anno e non si spopola mai del tutto.

Bene. In quella breve vacanza al mare, un giorno siamo andati in una spiaggia un po’ isolata, distante dal centro città e meno frequentata. Vicino c’è un ottimo ristorante di pesce dove si mangia da dio.

Il pomeriggio ero sdraiata sul lettino, la pancia piena di ottimo pesce, zero voglia di leggere e mi sono ritrovata ad osservare una bambina.

È ferma, in piedi, a pochi passi da un’altalena che si muove lenta sospinta dal vento. Parlotta piano tra sé e sé, fa un gesto con la mano come se scacciasse qualcosa, ma dalla mia posizione non capisco se c’è davvero qualcosa o è solo nella sua immaginazione.

Fa qualche passo, si avvicina all’altalena, si appoggia con le mani al seggiolino e spinge con tutte le sue forze, come a saggiare la tenuta delle corde. Poi si allontana, sempre parlando tra sé e sé

Mi sono ritrovata a pensare che da bambina anch’io dovevo fare la stessa strana impressione. Da bambina, infatti, ero piena di amici immaginari. Parlavo con loro, giocavo con loro, senza pudore, senza remore.

Il primo fu Mane. Ero piccolissima. Chissà da dove mi era venuto quello strano nome. Poi arrivarono Luca e Sinsi, che erano poi i fratelli di Mane. A un certo punto, Sinsi addirittura si sposò ed ebbe due gemelli. A quel punto, stavamo un po’ stretti in camera mia. 😉

La prima volta che ho parlato dei miei amici immaginari ad Andrea, lui mi ha chiesto: «Ma tu sapevi che erano frutto della tua immaginazione? Che non erano reali?».

Gli ho detto: «Certo che lo sapevo. Sapevo che erano un’estensione di me stessa, che per gli altri non esistevano».

Lui ha commentato: «Quindi sapevi di giocare da sola?».

E io: «Sì» e poi ho aggiunto: «Erano le “persone” con cui amavo giocare di più in assoluto».

E lui: «In pratica: eri già un’egocentrica della peggiore specie».

Già.

E voi?

Avevate degli amici immaginari?

Foto in apertura di Eduardo Rocha Dudu da Pixabay

20 pensieri riguardo “Un’egocentrica della peggiore specie

  1. Non credo proprio che avere degli amici immaginari significhi essere egocentrici, con tutto il rispetto per Andrea, ovviamente. Io non avevo amici immaginari e non mi mancavano amiche, amici, feste ed una vita sociale, però mi piaceva anche giocare da sola ed in quei giochi ero sempre in viaggio, il letto di mio fratello era il treno, in balcone avevo creato una diligenza, nella mia stanza giocavo a fare la maestra, mi ero attrezzata, di sicuro non mi mancava la fantasia! Un abbraccio 🤗 Alice,
    buona giornata 🥰

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    1. In casa, usiamo il termine “egocentrica” in modo non dispregiativo. Essere ego-centrica significa mettere se stessi al centro, cercare la propria felicità, crearsi un mondo che ci renda appagati. Sono fiera di essere (diventata) egocentrica. 🙂 Per il resto, mi hai ricordato il film “Pomi d’ottone e manici di scopa”, quando viaggiano per il mondo con il letto, hai presente? La fantasia abbatte tutti i muri e trascina in mondi straordinari… 🙂

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      1. Sì, immaginavo che fosse un codice tra di voi, lo vidi al cinema quel film 🎥 ero una ragazzina, che bello. Lo vidi due volte. Meno male che esiste la fantasia! 🙂😉

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  2. No, amici immaginari non me li ricordo. Però mi raccontano che finché mio fratello (tre anni più piccolo) non ha iniziato a giocare, facevo grandi partite a calcio da solo, con tanto di telecronaca “tizio passa a Caio” che poi ero sempre io!

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    1. La “telecronaca immaginaria”! Spettacolo! Da bambina, avevo attaccato un lungo filo a una matita e facevo finta di essere una ballerina di ginnastica ritmica. Nella mia testa c’era il pubblico, le telecamere e ovviamente il telecronista… 🤩

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    1. Fai benissimo! A livello sociale, il dialogo con se stessi è etichettato come “cosa da pazzi”. Non potrebbe essere più sbagliato. Parlare con se stessi aiuta a sbrogliare situazioni difficili, a incanalare le idee, a concentrarsi, a rafforzare l’identità, anche a sentirsi meno soli. Eppure, nonostante sia consapevole di questo, non riesco più a parlare con me stessa ad alta voce (come facevo da bambina). Mi sento strana e mi vergogno. Dure a morire le etichette sociali!

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  3. Ciao Alice! Che tesoro prezioso per la nostra mente e la nostra fantasia gli amici immaginari. Io li ho amati tanto. Ho giocato tanto da sola, anche se grazie ai miei amici immaginari non mi sentivo mai sola.
    Giocavo naturalmente anche con altri bambini, ma poter realizzare i propri sogni in maniera forse un pò ‘egocentrica’, come dice il tuo compagno, era una liberazione!
    Qualcosa da cui ancora oggi confesso che non so staccarmi.
    La differenza tra un adulto ed un bambino è che da adulti ci vergogniamo. Pensiamo sia sbagliato trasportare nella realtà il nostro immaginario perché ci abituano a pensarla così. La società ci fa sentire un pò pazzi.
    E in effetti, qualche anno fa ho visto una collega di lavoro che parlava con sé stessa in ufficio, guardandosi allo specchio. Si preparava ad affrontare qualcuno forse, o semplicemente stava rinforzando la sua autostima, incoraggiandosi.
    Che dire, in quel momento onestamente persino io ho pensato: avrà qualcosa che non va? Non si rende conto che io sono in ufficio con lei e potrei vederla?
    Ma la mente umana è qualcosa di davvero complesso ed il limite tra ciò che è normale e ciò che non lo è credo sia molto relativo.
    Alla fine, penso che ciò che non danneggia noi e gli altri, non si possa ritenere sbagliato.
    Perciò per quanto mi riguarda, viva gli amici immaginari, la fantasia, i sogni ad occhi aperti, se ci aiutano a vivere meglio in questo nostro strano mondo. Un caro saluto. 🙂

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    1. Penso da sempre che il dialogo con se stessi sia fondamentale, ma non lo faccio più ad alta voce per evitare di essere considerata – appunto – una pazza che parla da sola. E qui mi chiedo: chi ha deciso che cosa sia “sano” e cosa “da pazzi”? Facciamo male a qualcuno chiacchierando con noi stessi? Perché ce ne vergognamo tanto? Perché teniamo il mondo dell’immaginazione relegato nell’infanzia, nei romanzi, nei film? A volte penso che il mondo sarebbe un posto migliore con un pizzico di… magia in più. 🙂
      PS: grazie del tuo commento, mi hai sbloccato tantissime domande. 😉

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      1. Guarda, senza andare troppo lontano, io credo sia solo questione di immaginario comune che chi parla da solo è un pò matto. Per me sono credenze popolari.
        Però c’è di vero che la gente, sapendolo, non lo fa proprio per non essere giudicata strana o matta. Si tratta di saper comprendere il contesto in cui ci troviamo e adeguarci, infatti chi non sa adeguarsi viene subito visto come una persona che ha un problema (che comunque non è detto che non sia vero).
        Quindi in poche parole, per sembrare normali, ci tocca riservare il nostro mondo magico ad un luogo più riservato. L’importante è non perderlo mai! 🙂

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      2. “Chi non sa adeguarsi viene subito visto come una persona che ha un problema”. Verissimo. Viviamo in una società che guarda con sospetto al diverso e all’eccentrico, dimenticando che l’arte, la letteratura, la scienza si nutrono di immaginazione, di fantasia, di magia (la maggior parte delle scoperte, anche in ambito scientifico, vengono da visionari che sapevano guardare al di là di quello che vedevano con i loro occhi). Alla fine, etichettiamo il genio come un pazzo perché esce dagli schemi. Ed è davvero un peccato…
        PS: sì, continuerò a coltivare il mio personale mondo magico perché mi rende quella che sono. 🙂

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  4. Anch’io da piccola avevo un amico immaginario, si chiamava Giorgio e faceva una vita da schifo, era orfano, abbandonato, povero: immagino che questo fosse il frutto delle mie letture di libri per ragazzi, che allora erano tutti molto drammatici, come Senza famiglia, Incompreso, Oliver Twist eccetera.

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    1. L’amico immaginario Giorgio con una vita da schifo è FANTASTICO! 🤣🤣 E adesso che mi ci fai riflettere, anche i miei amici immaginari erano orfani: erano fratelli con genitori non pervenuti. Altro che le due mamme in Peppa Pig, noi sì che siamo rimasti segnati! 🤣

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  5. Io avevo un cane immaginario, visto che i miei non hanno mai voluto prenderne uno vero. Non peluche, non giocattolo, proprio un pastore italiano nero in tutta la sua bellezza immaginaria. Facevo tutto come se esistesse davvero, anche tenere il guinzaglio in mano quando camminavamo fuori o fare foto mentre lo accarezzavo!

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    1. Il cane immaginario è STUPEFACENTE! Ti chiedo già il permesso di “usarti” perché so già che, in uno dei miei romanzi o racconti, prima o poi comparirà una bambina che porta a spasso il suo cane immaginario. Troppo, troppo bella per lasciarla qui. 😀

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