Non posso scrivere di guerra

Non posso scrivere di guerra. Di questa guerra. Posso scrivere di un’altra guerra, quella in Bosnia ed Erzegovina.

Era il 1993. Avevo undici anni e avevo visto il ponte di Mostar bombardato alla televisione. Appena tre anni prima, nel settembre del 1990, c’ero stata anch’io, su quel ponte.

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L’evoluzione del tamponamento

Fino a pochi mesi fa, il verbo “tamponare” veniva usato in un solo contesto, o quantomeno con un significato prevalente.

Se un amico, ad esempio, vi diceva: «Ieri, tornando a casa, sono stato tamponato». La vostra reazione sarebbe stata molto simile a: «Oddio! Ma stai bene? Ti sei fatto male? E la macchina?»

Adesso, invece… 

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La sconcertante normalità del mondo prima

Questa sera, sfogliando uno dei tanti quaderni su cui mi segno idee e pensieri, ho trovato un appunto del 1 agosto 2019:

“Al ristorante con Andrea, due coppie a confronto: una coppia è giovane, lui e lei avranno ventisei anni al massimo, hanno passato la serata a farsi selfie, a fotografare i piatti, postando le foto su Instagram e rispondendo ai commenti che i post hanno suscitato.

La seconda coppia sono nostri coetanei. Hanno passato la serata a parlare e mangiare. Ogni tanto, lui si è allungato verso di lei per darle un bacio. Nessuno dei due ha mai tirato fuori il telefono, nemmeno una volta.”

Nel leggere questo appunto, ho pensato all’assoluta normalità del “mondo prima del Covid” e a quanto davamo per scontata la libertà che avevamo.

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Un mondo senza abbracci

Ieri, Andrea e io siamo scesi in strada per lasciare i sacchi della raccolta differenziata. Ho aperto il portone d’ingresso e mi sono trovata davanti la nostra vicina di casa, che voleva entrare nel momento in cui noi volevamo uscire.

Appena ha visto che eravamo sovraccarichi di sacchi, si è subito allontanata, mettendo un metro di distanza tra noi e lei; poi è rimasta lì, paziente, in attesa che noi finissimo di lasciare i sacchi e rientrassimo nel palazzo.

Il suo allontanarsi mi ha fatto riflettere. Continua a leggere “Un mondo senza abbracci”

Sulla paura di uscire di casa

Non so voi, ma le poche volte che mi avventuro fuori casa, cammino in apnea, quasi corro, evitando il contatto anche da lontano con gli sporadici passanti.

Avverto il mondo fuori come “il luogo del contagio”, dove è possibile contrarre il virus semplicemente respirando – cosa assurda perché il virus non circola libero nell’aria in attesa di colpire!

Però la sensazione che provo quando esco di casa è comunque di pericolo e quindi mi rifugio. Mi rifugio in casa, nello smart working, nella scrittura, nella cucina, nelle serie TV,  nel pulire e stirare, nella lettura; sono tutti mondi paralleli dove il virus non c’è, dove non trovano spazio la malattia e la morte.

Per fortuna sono consapevole che si tratta di un’illusione. Le mura di casa magari mi riparano dal Coronavirus, ma – tanto per dire – potrei scivolare uscendo dalla doccia, cadere, sbattere la testa e restare lì, stesa sul colpo. Potrei soffocare mentre mangio, potrebbe venirmi un infarto.

Insomma, speriamo di tornare a una parvenza di normalità, perché proprio non mi piace avere paura a uscire di casa

E voi?

Come vi sentite… nel dentro e nel fuori?

Foto di Ursula Schneider da Pixabay