Quattro luoghi in cui ritrovo la creatività

Chi scrive – per passione o per lavoro – sa che può succedere di ritrovarsi davanti a una pagina bianca senza la minima idea di che cosa scrivere. In una parola: bloccati.

Siccome non mi piace restare senza parole e mi sento me stessa solo quando scrivo, nel corso del tempo ho individuato modi e strategie per evitare di restare bloccata.

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Non so vivere la noia. E voi?

Quest’ultima settimana sono stata in ferie dal lavoro ed è stata la prima settimana, da un anno a questa parte, che ho proprio staccato dal lavoro.

Nessun pensiero, nessuna telefonata, nessuna email (cioè, la posta elettronica del lavoro l’ho controllata, nel caso ci fosse qualcosa di urgente, ma non ho interagito in alcun modo).

Devo ammettere che ne avevo bisogno. Nell’ultimo anno, il lavoro è stata una presenza praticamente costante e, in parte, è stato un ottimo rifugio da problemi che, per un po’ di tempo, mi sono sembrati troppo grandi per poterli superare.

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Ho sognato la mia bisnonna

Ieri notte ho sognato la mia bisnonna materna. Nel sogno, sto per mettermi a dormire e lei viene a salutarmi, a darmi il bacio della buonanotte.

Si avvicina al letto ed è il letto singolo, quello in ottone che è appartenuto all’altra bisnonna, quella paterna, il letto dove ho dormito fino ai dieci anni, prima che nascesse mio fratello e la mia camera diventasse la nostra camera, con il letto a castello e la scrivania doppia.

Ha un vestito nero che le ho visto indossare tante volte, quello con dei piccoli fiori viola, e l’immancabile grembiule legato in vita, i capelli bianchi stretti nello chignon sulla testa. È talmente lei che stento a credere che sia morta da più di vent’anni.

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Ricordi tra papaveri e vicini di casa

Ieri, salendo a piedi verso la chiesa di San Lorenzo in Collina, a pochi chilometri dalla nostra casa in campagna, ho visto un papavero. Mi ha colpito perché era completamente solo, vicino al marciapiede, in un punto dove – oltretutto – c’era più asfalto che terra.

Mi è tornata in mente la casa dove sono cresciuta. Era un appartamento al primo piano, in un condominio, con un terrazzo minuscolo che mia madre aveva letteralmente coperto di piante (non scherzo, per uscire sul terrazzo, dovevi fare la gincana tra i vasi).

Dietro casa, si apriva un campo abbandonato, pieno di erbacce, fiori di campo e papaveri, tantissimi papaveri, che a toccarli tingevano le mani e lasciavano lunghe strisciate rosso cremisi sui vestiti.

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Una passeggiata tra fiori e parole

L’ultima volta che siamo stati nella nostra casa in campagna, Andrea e io, era febbraio: i campi erano di un marrone rossiccio, i rami spogli, quasi scheletrici; poi è arrivata la neve, che ha coperto tutto di bianco e di ghiaccio, e siamo tornati a vivere in città, dove gli spostamenti erano più semplici.

A distanza di poco più di un mese, in occasione della Pasqua, siamo tornati “quassù” e sono rimasta senza parole. Non eravamo mai stati in questa casa a inizio aprile, quindi non mi ero mai resa conto con quanta rapidità la natura sbocciasse.

È trascorso più di un mese e tutto si è già trasformato. I prati sono di un colore verde intenso, inframmezzato da puntini gialli, bianchi, rossi, viola, blu e gli alberi sono stracarichi di fiori. Approfittando del sole, sono andata a fare una passeggiata ed ero sempre ferma a fotografare. 😉

Camminando, fotografando fiori e pensando all’ultima volta che siamo stati qui, agli alberi spogli che ora sono pieni di magnifici fiori, mi sono resa conto che, a volte, ci ritroviamo senza parole da scrivere, in un silenzio assoluto che assomiglia molto agli alberi secchi, senza foglie, senza vita.

Ma è solo un silenzio temporaneo, solo una morte apparente; a un certo punto le parole tornano a sbocciare, un fiore accanto all’altro, ed è come se non se ne fossero mai andate.

E allora ho capito. Ho capito che sono magnifici i silenzi, così come sono magnifiche le parole.

Scrivere è un lavoro di cesellatura

Domenica mattina ho avuto la conferma, se mai ne avessi avuto bisogno, che scrivere è un lavoro di cesellatura. Minuziosa e lenta cesellatura.

Mettendo in ordine nei cassetti del mio comodino, ho infatti ritrovato un quaderno che avevo persino dimenticato di avere (non stupitevi, li dissemino ovunque e spesso ne uso tre o quattro in contemporanea).

Su questo “quaderno dimenticato” avevo scritto la prima versione di una poesia. Una prima versione che definire orribile è farmi un complimento.

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