Una storia mai raccontata

«Non c’è sofferenza più grande di portarsi dentro una storia mai raccontata» @scrittoripigri

Quando ho salvato questa frase, su Instagram, ho pensato: “È vero! Dio quanto è vero!”.

Volevo scrivere un post, su questo mio blog, in cui avrei descritto tutta la sofferenza procurata dalle storie che non ho scritto, e da quelle che ho solo iniziato e mai finito, o che ho finito e mai iniziato.

Sono un’esperta, ormai, nello scrivere inizi che restano inizi, finali che sono solo finali. A volte, sono solo pezzi di storie senza capo o coda.

Famigliari e amici si sono letteralmente stancati di leggere i miei pezzi di “qualcosa”; mio fratello mi ha ricattato: «Non leggo più nulla di quello che scrivi, a meno che non sia finito».

Stessa cosa Andrea. Gli chiedo: «Vuoi leggere una “cosa” che sto scrivendo?» E lui: «Quando l’hai finita, me la mandi».

Chiamo “cosa” e “qualcosa” i miei esperimenti di scrittura. Non posso definirli racconti, men che meno romanzi.

Rileggendo la frase che avevo salvato su Instagram, oggi mi sono chiesta: “È ancora una sofferenza portarmi dietro tutti questi pezzi di qualcosa?”. Non dico la “sofferenza più grande”, ma almeno una sofferenza.

E la verità è che tutte le storie che scrivo e che non scrivo, che inizio e non finisco, che finisco senza averle iniziate.

Tutti i personaggi che ho lasciato bloccati, nel tempo e nello spazio delle pagine incompiute.

Tutti i luoghi che ho creato e che sono rimasti luoghi, senza contorno, senza personaggi.

Tutto questo mondo mi tiene compagnia, mi fa essere quella che voglio essere: una persona che scrive, che è diverso dall’essere uno scrittore ed è diverso ancora dall’essere uno scrittore di professione.

Ho anche momenti in cui vivo e basta. Momenti in cui si placa la voce che incessantemente trasforma tutto in scrittura.

Una volta, mi sentivo frustrata. Cercavo di scrivere comunque, anche se non ne avevo voglia. Mi forzavo a scrivere perché detestavo sentirmi “bloccata”, perché mi sentivo “meno me stessa” senza scrivere.

Adesso no. Ho capito che i momenti di vuoto, i momenti bianchi, servono tanto quanto i momenti di piena, di furore creativo, in cui imbratto di idee qualsiasi superficie scrivibile.

Ho smesso di cercare di essere qualcosa di diverso da quella che sono. Ho smesso di cercare di conformarmi all’idea che gli altri hanno di me.

E oggi sono fiera di portarmi dentro tutte le storie che non ho scritto. 😉

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