Odio gli eufemismi

Non so voi, ma gli eufemismi mi fanno venire l’orticaria! E infatti sono stata felice quando, dopo aver condiviso su Facebook il mio post Avrei voluto durasse per sempre, mia mamma ha commentato:

Il primo mese che il nonno è morto l’ho sognato tutte le notti. Erano sogni così reali che al mattino faticavo a credere che non mi avrebbe più risposto alla telefonata giornaliera. Poi ho iniziato a sognarlo meno, poi più da mesi. Ha ragione Andrea, sei stata fortunata, in sogno hai cercato la sua presenza.

Notate qualcosa? Ha usato la parola morto. Non ha scritto “se n’è andato” o “ci ha lasciati”. Ha scritto proprio la parola tanto temuta e poco utilizzata.

Brava madre! 😀

Penso sia importante chiamare la morte con il suo nome. Anche perché mancare, andare e lasciare sono tutti verbi connotati negativamente.

Voglio dire, la morte fa schifo e non si discute, ma non credo ci sia bisogno di accompagnarla ai verbi più tristi dell’intero vocabolario.

E poi. Chi muore non se ne va e non ci lascia. Chi muore resta, per questo fa così male. Restano i ricordi, restano le parole dette e quelle non dette, restano i rimpianti, le lacrime, i sorrisi, resta l’amore, la rabbia, resta il rancore.

Quando una persona muore, resta tutto tranne il suo corpo. E solo perché il corpo non c’è più, dobbiamo permettere che tutto il resto vada via? Che tutto il resto ci lasci?

Le parole sono importanti, soprattutto quando si parla di un argomento come la morte. Per questo, al messaggio che mia mamma ha lasciato su Facebook, ho risposto:

Sono felice che tu abbia usato la parola “morto”. Il nonno non se n’è andato, non è scomparso, non è mancato all’affetto dei suoi cari… lui è sempre con noi. Lo sento vicino a me e con una tale forza che spesso mi stupisco che il suo corpo non sia più qui. Mi mancano le sue braccia, ma è dentro ognuno di noi e non se ne andrà mai.

E… mica per dire, ma: mancato all’affetto dei suoi cari? Penso sia un eufemismo terribile. La morte non può in alcun modo far scompare l’affetto. Delle due, sarebbe più adatto: “Presente all’affetto dei suoi cari”.

E voi?

Qualche eufemismo da aggiungere? Non solo sulla morte… 😀

Post Scriptum

La prossima volta parliamo di un altro eufemismo, che mi ha toccato fin troppo da vicino e che altro che orticaria mi fa venire! In un prossimo post parliamo del “brutto male”. 😉

Per la foto di apertura, ho usato il font di Prawny su Pixabay

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17 pensieri riguardo “Odio gli eufemismi

  1. Sfondi una porta aperta, Alice! Chiamiamo le cose come si chiamano. Ho visto poco tempo fa, un’intervista di Oriana Fallaci, già malata di cancro da tempo, in cui diceva proprio questo: in America non c’era questo scrupolo a chiamare cancro con il suo nome, invece che sostituirlo con “brutto male”.

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    1. Il cancro è come Lord Voldemort: colui che non deve essere nominato. Anche in ospedale non lo chiamano con il suo nome. Si nascondono dietro la terminologia medica, come “neoplasia”, e ti rintronano di sigle e di anagrammi. Fatico a capire il motivo. 50 anni fa, una diagnosi di cancro era sempre una diagnosi mortale. Oggi no. Oggi la lunga sopravvivenza sta diventando sempre più una consuetudine… Dovremmo imparare a conviverci, non avere un terrore tale da non riuscire a nominarla. Anche perché la paura blocca e rischiamo solo di evitare controlli che potrebbero salvarci la vita. Va beh. Mi fermo qui, altrimenti scrivo il mio prossimo post nel commento. 🤣

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  2. Da quando mia cognata è morta l’ho sognata tantissime volte e mi parlava sempre. In un sogno mi ha detto addirittura beata te.
    Gli eufemismi non piacciono molto nemmeno a me, preferisco chiamare le cose con il loro nome. Non ho risposto alla tua domanda, spero possa andare bene lo stesso!
    Un abbraccio 😉 ♥️

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    1. “Beata te”. Un messaggio breve, ma intenso e pieno di significato. A volte ci vogliono i morti per farci apprezzare quello che abbiamo nella vita. ♥️ ♥️
      Detto questo, le mie domande possono restare senza risposte, ma il mio blog non sa stare senza i tuoi commenti, amica mia. ♥️ ♥️

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      1. Ho riflettuto a lungo su quelle parole, ma credo di aver capito molto bene il loro significato. Voleva dire beata te che sei viva. Nonostante tutto, lei voleva vivere, ha lottato strenuamente. Voleva vedere le sue figlie crescere e il matrimonio andava bene. Mio fratello ha smesso di vivere. Spero possa tornare presto a vivere, sono molto in pensiero per le ragazze. Apprezzo tutto nella vita, anche i momenti no perché il sereno torna sempre. ♥️♥️
        Commento sempre molto volentieri i tuoi articoli, amica mia, ti abbraccio ♥️♥️♥️♥️

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  3. C’era la nonna di due mie amiche che somigliava in maniera impressionante a Rita Levi Montalcini. Una nobildonna napoletana, sempre elegante, professoressa di latino e greco, diede ripetizioni fino oltre i 90 anni. Lei invece amava gli eufemismi, perchè nulla di volgare o come diceva lei, di non appropriato, poteva pronunciare: il cane rognoso aveva “uno sfoghetto”, il nipote scoreggione aveva un po’ di arietta. Era tutto un diminutivo! Ma che eleganza! 😂

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  4. Io invece utilizzo spesso gli eufemismi, come forma “apotropaica” verso le brutte esperienze che a vita ci pone davanti.
    Forse come forma di rispetto, o solo paura di nominare certe parole.
    Per es. non credo di avere mai detto a mio padre “la mamma è morta”, benché sia morta da oltre 7 anni.

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    1. Viviamo in una società che rifugge da determinate parole: forse siamo convinti che, se non la nominiamo, la morte si dimenticherà di noi e ci lascerà in pace. O forse abbiamo solo paura di fare soffrire gli altri e si sa, le parole feriscono più della spada. ♥️

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  5. Nel 2012 ho frequentato un corso di Storia Medievale. Il professore che lo teneva confrontava il linguaggio dei documenti politici medievali con quello odierno, e ci faceva notare che rispetto ad allora oggi si tende a sfumare tutto, ad evitare espressioni forti, ad usare molti eufemismi, a cercare di essere politicamente corretti anche quando si potrebbe tranquillamente dire pane al pane e vino al vino. Invece di dire brutto, diciamo quasi bello. Invece di dire vecchio, diciamo non più giovane. Invece di dire orrendo, diciamo non riuscito.
    Tendiamo sempre a morderci la lingua, a reprimerci nel nostro modo di parlare e di scrivere anche quando non ce ne sarebbe assolutamente bisogno. Proprio perché è così raro trovare una persona che parli senza peli sulla lingua, quando in tv qualcuno comincia a farlo subito diventa un personaggio: pensiamo a Sgarbi, alla Maionchi, ad Aldo Busi eccetera.
    Il nostro vocabolario si sta restringendo paurosamente, perché stiamo eliminando tutte le parole “nette”, in favore di quelle più “sfumate.” Come hai detto tu, al giorno d’ oggi le cose non vengono più chiamate con il loro nome, ma con il loro eufemismo. Cerco di spiegarti perché questa è una deriva pericolosa.
    Ogni persona ha dentro di sé una certa dose di aggressività: è legittimo (anzi è doveroso) impedire che possa sfogarla fisicamente, ma almeno verbalmente la libertà di sfogarla gli va concessa. Se invece gli si impedisce di sfogarla anche solo verbalmente tappandogli la bocca con il politicamente corretto, a quel punto gli si creerà dentro una rabbia repressa che poi esploderà tutta insieme, e in maniera infinitamente peggiore di quanto non sarebbe successo se gli fosse stato permesso di parlare fuori dai denti senza che gli altri lo facessero sentire uno screanzato.
    Inoltre, chi dice pane al pane e vino al vino magari correrà il rischio di essere brutale, ma di sicuro non sarà mai ipocrita. E tra una persona brutalmente sincera e una falsamente gentile io preferirò sempre la prima.
    Insomma, il politicamente corretto ha creato una società di repressi e di falsi, la gente se n’è accorta e infatti ne è ampiamente stufa. Il tuo post lo dimostra chiaramente.

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    1. Non puoi sapere quanto io sia d’accordo con tutto quello che hai scritto. Le parole sono valvole di sfogo essenziali, non solo quando le scriviamo, ma anche quando le diciamo. Il giorno in cui ho scritto, per la prima volta, la parola cancro mi sono sentita libera da un peso, anzi da un macigno. Avevo bisogno di nominare la malattia, di darle un volto, di conchiuderla all’interno delle parole che meglio la definiscono. Certo, ho avuto bisogno di tempo, sono passata attraverso la paura, la rabbia, la confusione, il “non può succedere a me”, il “non è giusto che succeda a me” prima di arrivare a scrivere e a pronunciare la parola cancro. E insieme alla parola cancro ho ritrovato la parola morte, che fino a quel momento era nascosta da un fitta cortina di perifrasi assurde che la rendevano distante e non aderente alla sua realtà. L’Alice che esiste dopo le parole cancro e morte è una donna più consapevole. E questo non vuole dire che io non abbia paura, ma ho smesso di nascondermi, a me stessa e agli altri.
      Sul “politicamente corretto” ci sarebbe da scrivere fiumi di parole. Ho guardato un pezzo di Persuasione su Netflix: per la rivisitazione in chiave moderna hanno scelto un’attrice donna e di colore per impersonare la consigliera di fiducia della famiglia. Siamo nell’Inghilterra di fine Settecento! Una donna, di colore, in quel ruolo? Ma quando mai si è vista? So che è un esempio banale, ma rende bene l’idea della deriva che stiamo prendendo. In certi periodi, il colore della pelle e l’essere donna avevano un’influenza pesante su chi potevi diventare (in parte ce l’hanno anche adesso). Non possiamo fingere che tutto questo non esista e, peggio, che non sia mai esistito: questo è negazionismo storico e non ce lo possiamo proprio permettere. Ne ora ne mai.
      E… grazie di questo tuo commento. Te ne sono grata. 🙂

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  6. Sono d’accordo con te. Avevo iniziato il mio ultimo post Amaci ancora dal cielo Mari con le seguenti parole: Un anno fa è morta una persona a noi cara. L’ ho cambiato in Un anno fa è mancata una persona… perché, leggendo il post prima della pubblicazione, mio marito mi ha rimproverata dicendomi che la locuzione originaria era troppo diretta e brutale. Cosa che a me non sembrava… Eppure mi sono fatta condizionare… Adesso, dopo averti letta, non la cambierei più…

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    1. Credo sia importante ascoltarsi, per sentire l’effetto che le parole hanno su di noi, così da cercare di restare fedeli a se stessi.
      Detto questo, forse può essere l’occasione per parlare con il tuo compagno, con Luca, sull’effetto che quella parola ha su di voi. Perché per lui è così brutale? Perché è così sconvolgente vederla scritta? E perché a te non fa lo stesso effetto? Penso sia importante parlare di morte, fa parte di quello che siamo, è la nostra destinazione (finale? E chi lo sa!).

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